di Morando Morandini
L’estate del 1946 fu fatidica nella storia del cinema europeo: nel giro di dieci giorni vide la nascita di due nuovi festival internazionali e la rinascita del terzo. La sera del 23 agosto, nel parco inclinato del suo Grande Albergo, s’inaugura il festival di Locarno con O sole mio di Giacomo Gentiluomo; nata nel 1932 al Lido di Venezia con nome di Prima esposizione d’Arte Cinematografica nell’ambito della Biennale, la Mostra veneziana riparte in città il 31 agosto; il 1° settembre comincia la prima edizione del festival di Cannes, giuridicamente fondato nel 1939 alla vigilia dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Il Festival Internazionale del Film di Locarno nasce in fretta e all’improvviso dopo la rinuncia alla rassegna internazionale del film che a Lugano s’era svolta nel biennio 1944-45, rinuncia sanzionata dalla votazione popolare con cui il 2 giugno 1946 i luganesi avevano bocciato il progetto di costruire un anfiteatro nel Parco Ciani per le proiezioni. La gestazione, pardon l’organizzazione del festival durò a Locarno meno di tre mesi.
Gli altri festival europei di qualche importanza nascono nel decennio successivo:
nel 1950 Karlovy Vary (Cecoslovacchia, anticipato, però nel 1946 a Mariànské Làznè ovvero Marienbad, poi a Gottwaldow ovvero Zlin in Morovia); nel 1951 Berlino; nel 1954 San Sebastian (Spagna). Dal 1959 il festival di Karlovy Vary si svolge in alternativa a quello di Mosca.
A Locarno nel 1946 i film in cartellone sono quindici tra cui quattro italiani. Tra loro c’è Roma città aperta, di Rossellini, ma la giuria – di cui fa parte Alida Valli nel fulgore divistico dei suoi venticinque anni – lo ignora come fa l’anno dopo con Paisà. Soltanto nel 1948 Rossellini è ufficialmente riconosciuto sulle rive del Verbano col Grand Prix a Germania anno zero.
Gli Stati Uniti, cioè Hollywood, presentano sei film, tre dei quali – i più prestigiosi – realizzati durante la guerra: The Song of Bernadette (Bernadette, 1946), di H. King, Double Indemnity ( La fiamma del peccato, 1944) di B. Wilder e And then there were none (Dieci piccoli indiani, 1945), ultimo film americano di René Clair che è il trionfatore dell’edizione 1947: con Le silence est d’or vince tre premi: film, regia e attore maschile ( Maurice Chevalier).
Oltre alla comunanza della lingua e agli intensi rapporti a vari livelli tra il Canton Ticino e l’Italia (basta pensare agli esuli antifascisti che in Svizzera si rifugiarono durante la guerra), quest’attenzione dei responsabili del festival locarnese si spiega con la vitalità creativa e innovativa dei film che escono dalla romana Cinecittà all’insegna, più o meno appropriata, del Neorealismo. Non a caso nel 1954 si allestisce la rassegna, quasi retrospettiva, “Aspetti del cinema neorealista italiano” dove si presentano o ripresentano i film più rappresentativi, a cominciare da Ossessione (1943) e La terra trema (1948) di Visconti per finire con i due cineasti emergenti all’inizio degli anni Cinquanta: Antonioni e Fellini. Non a caso la rassegna è accompagnata da un dibattito che si aggira cautamente sulla domanda: il Neorealismo è o non è in crisi?
Specialmente con Viaggio in Italia (1953) Rossellini aveva già aperto una nuova strada sulla quale avanzò Antonioni con Il grido (1957) che a Locarno ebbe la sua anteprima mondiale e il primo premio.
La lingua ufficiale del festival è, fin dall’inizio, quella di Montaigne. Come in Italia, d’altronde, l’influenza della cultura francese nel Canton Ticino è sempre stata forte, pur essendo in termini statistici una minoranza: il 18% della popolazione contro il 65% del tedesco e il 10% dell’italiano (dati del censimento 1980).
Se si tolgono i nomi di René Clair e Jacques Becker (Casque d’or, 1952) la presenza dei francesi a Locarno è in questo primo periodo trascurabile.
Nel 1949, però, il Grand Prix è assegnato a La ferme des sept péchés, secondo film di Jean Devaivre (1912-2004), cineasta di seconda fila che, dopo un avvio promettente, finì per dirigere Le fils de Caroline Chérie (1954) e passò a un altro mestiere.
Il fatto che Ladri di biciclette (1948) di De Sica vinse soltanto il Premio speciale della giuria, provocò malumori e proteste indignate, innescando una polemica tra vecchi e giovani, tradizionalisti e innovatori che sarà per trent’anni una costante del Festival. Un caso a parte è quello dell’italo-francese Don Camillo di Duvivier che nel 1952, in anticipo sull’uscita in Italia, è proiettato a Locarno nell’edizione francese di Le petit monde de Don Camillo. Grande successo di pubblico, ovviamente.
Non è – né potrebbe esserlo – nostro compito dare conto della cronaca interna di una manifestazione che, soprattutto nei primi quindici anni, fu segnata da forti pressioni politiche e commerciali, polemiche avvelenate, distorsioni faziose, ostilità esplicite e preconcette (specialmente sulla stampa della Svizzera tedesca) che spesso sconfinarono nella sindrome isterica della ”guerra fredda”. È una cronaca che comprende due sospensioni (1951 e 1956; sugli anniversari non si è barato come a Cannes), equivoci, varie e non sempre omogenee gestioni, diverse fasi non sempre facilmente identificabili, riconoscimenti, denigrazioni, oscillazioni tra mondanità e cultura, commercio e arte, impegno e disimpegno. Chi volesse approfondire l’argomento, ha a disposizione almeno in biblioteca i libri Locarno città del cinema. I cinquant’anni del Festival Internazionale del Film di Dalmazio Ambrosioni, Armando Dadò editore, Locarno, 1998 e soprattutto Dalle suggestioni del Parco alla Grande Festa del Cinema. Storia del Festival di Locarno 1946-1997 di Guglielmo Volonterio, Marsilio, Venezia 1997.
Anche in questo primo periodo, nonostante tutto, non sono pochi i meriti storici di Locarno. Dall’attenzione al Neorealismo italiano e al cinema francese si è già detto. C’è da aggiungere che con la Vela d’argento del 1958 Locarno consacra per primo, a livello internazionale, la Nouvelle Vague con Le beau Serge di Chabrol cui segue nel 1962 la Vela d’oro a Un coeur gros comme ça di François Reichenbach, collocabile soltanto nei dintorni della Nouvelle Vague, d’altronde segnalato anche in patria col Prix Delluc.
Non senza suscitare polemiche, diffidenze e accuse di filocomunismo negli anni Cinquanta Locarno apre la porta, sotto la direzione di Vinicio Beretta, ai film dei Paesi socialisti dell’Est e, per la prima volta in un festival europeo, al cinema della Cina Popolare nel 1955 con Jumao Xin di Che Houei.
Nello stesso decennio sono premiati: nel 1953 Kompositor Glinka del sovietico Grigorij V.Aleksandrov; nel 1954 Pring Bajaja (1950), originale film a pupazzi del ceco Jiri Trnka e Rotation di Wolfgang Staudte (Rdt); nel 1955 ancora Trnka con Le rossignol et l’Empereur de Chine; nel 1958 A Q zhenzuan (la vera storia di A Q, da un romanzo di Lu Hsun; Hong Kong) prende un premio per il miglior attore, mentre la Fipresci (Federazione della critica internazionale) segnala El pisito, esordio spagnolo nella regia di Marco Ferreri.
Nel 1960 – Vela d’oro a Il bell’Antonio di Bolognini – il russo Mark S. Donskoj si merita la Vela d’argento con Fomà Gordeev e la ceca Jana Brejchova il premio per la migliore attrice in Vassy Princip di Jiri Krejcik. È un periodo fortunato per il cinema cecoslovacco: nel 1963 la Vela d’oro spetta a Transport z ràje, intensa rievocazione del ghetto di Terezine e della Shoah, diretto da Zbynek Brynuch, regista della generazione di mezzo e nel 1964 lo stesso premio tocca a Cerny Petr del trentenne Milos Forman, esponenete di punta della Nova Vlna.
Sono gli anni in cui si comincia a delineare quella fisionomia del festival che – pure con ripensamenti, aggiustamenti, ritirate – diventerà uno dei suoi caratteri principali: l’attenzione per i giovani autori e le giovani cinematografie emergenti. Rientra in questo discorso anche il conributo che Locarno dà, e non solo come vetrina, agli sviluppi e all’affermazione del nuvo cinema svizzero di cui nel 1961 premia con una Vela d’argento Quand nous étions petits enfants di Henry Brandt e nel 1969 col Pardo d’oro Charles mort ou vif di Alain Tanner, imponendo all’attenzione della critica internazionale e del pubblico svizzero – forse alla prima più che al secondo – registi come Soutter, Goretta, Schmid, Reusser, Körfer, Imhof, Murer.
Dalla prima e tormentata gestione di Vinicio Beretta a quella di Irene Bignardi – quasi sessant’anni – un filo rosso attraversa la storia del festival: l’impegno a trasformare la sua “diversità” in “identità”. Nonostante contradizioni, travagli interni ed esterni, correzioni di rotta, il festival è stato una fonte di irradiamento simbolico, di nutrimento storico, di rifornimento culturale per il Canton Ticino, per quella che Enrico Filippini definì la sua anomalia di destoricizzazione: “Non che il Ticino o la Svizzera non siano nella storia, ma si vivono come se non lo fossero…”
All’arricchimento culturale contribuiscono, in proficua concorrenza con Berlino e Venezia, le retrospettive che a partire dal 1959 con Ingmar Bergman, in anticipo su tutti gli altri festival europei, segnalano e riscoprono cineasti di statura internazionale: da Buñuel (nel1960) a Vigo, da De Oliveira a Sirk, dal russo Boris Barnet (scomodo per gli zelatori sovietici del realismo socialista) ai giapponesi Ozu e Kinoshita, dal francese Sacha Guitry all’egiziano Youssef Chahine, da Méliès a Trnka, dall’indiano Satyajit Ray a Luchino Visconti (nel 1969), agli statunitensi John Ford, Preston Sturges, King Vidor, Frank Tashlin. Non esagerava l’editore Raimondo Rezzonico che della manifestazione fu l’animoso presidente nell’ultimo ventennio del Novecento quando diceva, e continuava a ribadire, che è impossibile immaginare Locarno senza Festival.