Dagli anni '60 agli anni '80

Il “salotto” di Piazza Grande e il volto giovane del successo

di Paolo Mereghetti
Non sempre le crisi vengono per nuocere. Quando, nell’ottobre 1970, Sandro Bianconi e Freddy Buache rimettono il loro incarico come direttori del Festival di Locarno, sembra che per la manifestazione cinematografica ticinese, arrivata alla ventitreesima edizione, non ci sia alcun futuro possibile. L’idea dei due curatori di fare un festival cinematografico con “una sua precisa identità sul piano dei valori artistici e culturali, realizzando un programma di opere di giovani registi e di giovani cinematografie nazionali che non fosse pretesto di mondanità ed evasione ma stimolo per discussioni, confronti e occasione d’informazione del pubblico e degli ambienti cinematografici svizzeri” si era scontrato con “l’indifferenza, l’incomprensione e l’ostiità dell’opinione pubblica”, senza dimenticare “le condizioni di estremo disagio” in cui si erano sentiti costretti a lavorare, “per la totale assenza delle strutture e attrezzature di base indispensabili a una manifestazione internazionale”.
Il divorzio non può essere più radicale e la resa dei paladini del cinema d’autore, che nella loro ultima edizione avevano presentato, tra le altre, opere di Aram Avakian, Med Hondo, Arturo Ripstein e Claude Goretta, ridà fiato a chi vede nel Festival soprattutto uno strumento al servizio dell’industria e del turismo. Così, l’edizione 1971, torna a svolgersi durante l’estate (ma in agosto, dal 6 al 15, e non in luglio, come era stato fino al 1967) e soprattutto si “inventa” la trasformazione della Piazza Grande in un grande cinema all’aperto: uno schermo di venti metri di lunghezza e quindici di altezza, sostenuto da strutture tubolari, che può permettersi di accogliere davanti a sé fino a tremila spettatori.
L’idea dell’architetto Livio Vacchini, accolta con qualche riserva dai locarnesi, diventa invece la vera rivoluzione del Festival, capace di imporre una nuova idea di fruizione cinematografica, che dia nuovamente slancio a un rapporto tra pubblico e opera cinematografica che rischiava l’asfissia. Oltre naturalmente a imporre “con i fatti” una scelta di film più vicina al gusto popolare e alle esigenze di chi vede nel cinema per prima cosa uno spettacolo di massa. Le critiche non sono mancate: “il grande schermo richiedeva da parte delle commissioni dei programmi e dai direttori del Festival un compromesso” ha scritto Martin Schaub, quello di “un colpo al cerchio e uno alla botte” ma nel 1971 queste sono ancora tensioni sotterranee che un’edizione realizzata troppo in fretta (la scelta dei titoli è coordinata da una commissione nominata solo pochi mesi prima del Festival) non riesce a esplicitare apertamente.
La selezione è piuttosto altalenante, nonostante la presenza in concorso di opere interessanti come México, la revoluciòn congelada di Raymundo Gleyzer, un cineasta argentino che pagherà con la vita il suo impegno, o Private Road di Barney Platts-Mills o ancora Viva la Muerte di Fernando Arrabal, ma ormai il dado è tratto, lo schermo sulla Piazza Grande ha iniziato la sua vita (con la proiezione del film di Samperi Un’anguilla da 300 milioni) e non si fermerà più.
Nel 1972, con la venticinquesima edizione del Festival, inizia l’era di Moritz de Hadeln (e di sua moglie Erika) alla guida di Locarno, che dirigerà fino al 1977, per sei edizioni, imponendo non solo un’idea di festival aperta e dinamica (a volte anche eccessivamente disposta al compromesso) ma soprattutto riuscendo a creare per la manifestazione ticinese una struttura culturale e organizzativa compatibile con le ambizioni di un “piccolo grande festival” internazionale.
Lo si vede fin dalla creazione di una Società Svizzera dei Festival Internazionali che unisce le forze di Nyon (dove de Hadeln dirigeva già il Festival del cinema documentario) e di Locarno e che per la prima volta viene finanziata con una sovvenzione federale di centomila franchi, capace di offrire finalmente un’autonomia economica e organizzativa alle due manifestazioni.
Con indubbia abilità, de Hadeln asseconda le ambizioni delle autorità locali (il sindaco ribadirà pubblicamente che “Locarno, dopo che si sono eliminati innumerevoli problemi tecnici, psicologici, politici e finanziari, non cederà neanche il minimo dei suoi diritti a ospitale il principale Festival del cinema nazionale, né lascerà mettere in discussione questi diritti”), si sforza di stringere alleanze con le associazioni politiche nazionale (l’Associazione Cinematografica Svizzera) ma anche con la potente Federazione Internazionale dei Produttori di Festival e soprattutto si impegna per fare crescere l’immagine internazionale del Festival. Senza dimenticare la più importante di tutte le sue riuscite: quella di fare “un festival per il pubblico” dove autori e produttori potessero misurare direttamente sul campo la reazione degli spettatori (paganti, non dimentichiamolo: per accedere alle proiezioni della Piazza Grande bisogna munirsi di un biglietto) offrendo a tutti, semplici spettatori e addetti ai lavori un’offerta varia e decisamente stimolante. Con de Hadeln, infatti, il programma prende una forma che manterrà con piccoli aggiustamenti anche con i successivi direttori, articolandosi in una serie di manifestazioni che interagiscono le une con le altre: c’è il Concorso ufficiale (dove sparisce la nozione restrittiva di opera prima e seconda per lasciare spazio alle “nuove prospettive cinematografiche”, sia che si tratti di nuovi registi sia di giovani cinematografie nazionali); le proiezioni ufficiali Fuori concorso; la Rassegna internazionale dedicata ai cortometraggi; una Retrospettiva affidata alla Cinémathèque suisse; il programma Informazione svizzera del Centro svizzero del cinema; la Tribuna libera affidata a Thérèse Scherer, Matthias Brunner e David Streiff dove, un po’ sull’onda della Quinzaine di Cannes, si possono vedere film stimolanti e innovativi, oltre all’organizzazione di colloqui spesso lungimiranti. Per non parlare del mercato che dal 1975 farà il suo ingresso anche al festival di Locarno.
“L’offerta era sufficientemente diversificata, di modo che chiunque poteva trovarvi qualcosa. Locarno era diventato quell’attrezzatissimo drugstore che de Hadeln aveva voluto allestire” (è sempre Martin Schaub che parla) e infatti nei sei anni della sua gestione il Festival ha accontentato un po’ tutti, proiettando in Piazza Grande film di indubbio richiamo come Andrei Rublev di Tarkovskij o C’eravamo tanto amati di Scola, The French Connection II di Friedkin e L’albero degli zoccoli di Olmi, arricchendo il concorso con opere di Mike Leigh, Ken Loach, Jacques Rivette, George Lucas, Istvàn Szabò, Marguerite Duras, Sembene Ousmane, Gianni Amelio o Margarethe von Trotta, proponendo retrospettive dedicate non solo alla storia del cinema svizzero ma anche a Douglas Sirk e a Totò (nel 1975, con una lungimiranza critica esemplare), senza dimenticare gli “scandali”, affidati a Storie scellerate di Sergio Citti, con Pasolini in Piazza Grande a difenderlo dagli attacchi, a Contes Immoraux di Borovczyk (che il Vescovo chiede di togliere dal programma) e al pasoliniano Salò o le 120 giornate di Sodoma, per cui si dovettero organizzare tre poiezioni supplementari vista l’affluenza di pubblico. E intanto la Tribuna libera  mostrava quello che di meglio il cinema di ricerca aveva prodotto in quegli anni.
Nel 1978, metaforicamente anticipato dalle intemperanze meteorologiche (il 7 agosto Locarno è sommersa da una inondazione), si spezza anche il rapporto di fiducia tra gli organizzatori del Festival e de Hadeln, che dà le dimissioni, lasciando comunque una manifestazione ormai cresciuta e ben strutturata, riconosciuta a livello internazionale nonostante la concorrenza sempre più stimolante degli altri grandi festival europei e soprattutto orgogliosa del rapporto con il proprio pubblico. Per scavalcare il decennio, il Festival si affida a Jean-Pierre Brossard, affiancato da un comitato esecutivo con compiti supervisione.La sua gestione dura tre anni, in cui il Festival non cambia di molto rispetto all’impostazione messa a punto da de Hadeln ma conquista un nuovo spazio di proiezione che diventerà uno dei luoghi canonici per i futuri festivaliers: il complesso scolastico della Morettina, dove viene allestita una vasta sala di proiezione nella palestra, capace di più di millecinquecento posti a sedere. Sempre durante la gestione Brossard, nel 1981, viene eletto come presidente del comitato esecutivo del Festival Raimondo Rezzonico, che del Festival è un vero assiduo (nel 1947 vi collaborava già nelle vesti di presentatore). Informerà del suo entusiasmo, a volte un po’ debordante, i successivi due decenni della manifestazione e favorirà la nomina, nel dicembre 1981, di David Streiff alla direzione del Festival.
Cinefilo colto e preparato, del cui gusto sicuro aveva già dato prova come condirettore delle Tribune libere, Streiff guiderà Locarno verso una sempre maggiore rinomanza internazionale, cercando di organizzare al meglio una manifestazione che a volte rischiava di ingolfarsi. Con Streiff in concorso si sposta definitivamente alla Morettina, lasciando alla Piazza Grande i “film dell’anno” proiettati fuori concorso e qualche scelta anteprima. Con lui le retrospettive diventato occasioni che non si possono perdere (Powell e Pressburger, la casa di produzione Lux, Boris Barnet…), con lui le scoperte sono all’ordine del giorno (Terence Davis, Jim Jarmusch, Adoor Gopalakrishnan, Chen Kaige per fare solo qualche nome), sotto la sua direzione il Festival si allarga al mondo dei Tv-movies (in una sezione competitiva affidata a Gian Carlo Bertelli).
Certo, il sogno di David Streiff è un Festival che non debba sentirsi vincolato dal concorso. Lui pensa a “un Festival disinvolto dove si mostrano molti buoni film, anche se qualcuno è già stato presentato (altrove), senza le pressioni dovute alla competizione”. Ma sa benissimo che è il concorso la leva che può alzare (o abbassare) l’interesse non solo nazionale ma internazionale per Locarno. Il suo sforzo, oltre a conquistare per il Pardo d'oro titoli sempre più interessanti,  è quello di offrire un vero grande panorama di tutto quanto il cinema può offrire, dai capolavori del passato alle nuove tendenze, secondo un’utopia tipica di quegli anni che vedeva nelle manifestazioni di maggiore rilievo una chiave, grande o piccola che fosse, per spalancare tutte le porte della complessità cinematografica. Di tutto e, se possibile, di più. E la sua Locarno crescerà anno dopo anno, regalando ai suoi frequentatori sempre molto di nuovo e di interessante. È il Festival di Locarno che ho conosciuto, quello che mi fha fato amare ancora di più il cinema e quello a cui sarò sempre eternamente grato.